settimanale di politica, attualità e cultura (direttor Umberto BRINDANI ) anno XLVIII n20 13 maggio 2004  Pagina 48 PEDOFILIA : LA RETE INFAME     Gennaro De Stefano, Cristina Crisci, R. Fiasconaro
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3. Rispuntano gli ipocriti sulla “pedofilia”
Il Mercante inRete di Giancarlo Livraghi

                 A pochi giorni di distanza, il 18 e il 20 agosto 2000, ci sono stati due orribili
                 delitti. Due bambine crudelmente assassinate. Queste notizie hanno
                 scatenato una comprensibile onda emozionale; e una altrettanto prevedibile,
                 ma non per questo perdonabile, ondata di speculazioni e ipocrisie. Proclami
                 politici, manipolazioni dell’informazione, minacce repressive, un’improvvisa
                 fiammata di chiacchiere e di clamore sul tema grave e profondo delle
                 violenze contro i bambini o gli adolescenti. Un male purtroppo diffuso,
                 nascosto in angoli bui della nostra società, un po’ dovunque: perfino nelle
                 scuole, nelle chiese e nelle famiglie. Un problema che richiederebbe
                 attenzione continua, educazione sociale, impegno costante perché le vittime
                 (come spesso succede) non si chiudano nella paura e nel silenzio.

                 Invece... ancora una volta ci si avventa sull’internet, che ovviamente non ha
                 nulla a che fare con i delitti che hanno scatenato il fracasso, né con le cause
                 profonde del male.

                 Non si è ripetuta quell’osssessionante bagarre che aveva perseguitato la
                 rete per anni ed era culminata in una grottesca esplosione nel settembre del
                 1998. Ci fu allora un gran clamore intorno a una “gigantesca indagine” che
                 avrebbe “sgominato la pedofilia in Italia” e che si concluse con
                 l’incriminazione di tre persone accusate di collezionare fotografie. Come
                 sarebbe consolante, se fosse vero: se i persecutori di bambini e minorenni in
                 Italia fossero solo tre, se non facessero altro che collezionare immagini di
                 discutibile valore “artistico”, e se fossero stati tutti messi in condizione di
                 non nuocere. Ma purtroppo questa, nonostante il rimbombo che aveva
                 avuto su tutti i mezzi di informazione, era una spudorata bugia. Una
                 vanteria insensata di persone ambiziose che volevano approfittare
                 dell’occasione per mettersi in mostra.

                 Questa volta non c’è un’eco così esagerata; tuttavia sono comparse di
                 nuovo sui giornali notizie dello stesso genere. Una “grande inchiesta” ha
                 portato (si dice) all’incriminazione di 36 persone che (si dice) fanno traffico
                 di fotografie. Ma non erano stati “sgominati” due anni fa? Comunque 36 è
                 un numero molto piccolo, e va considerato il fatto che (come si è
                 dimostrato in casi precedenti) è probabile che molte delle persone indagate
                 risultino innocenti e non coinvolte nel supposto “traffico” di materiale
                 sospetto.

                 Ciò che non dicono i laudatores di queste operazioni (regolarmente
                 annunciate nel momento in cui servono a “far notizia”) è che le “forze
                 dell’ordine” sono attivamente presenti online da parecchi anni; che ci sono
                 agenti della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza con una lunga e
                 profonda esperienza della rete; e che una delle loro attività preferite è
                 andare a caccia di chi tenta di accalappiare in rete qualche minorenne
                 ingenuo (che spesso è un poliziotto travestito) o di chi partecipa ad aree di
                 discussione su temi “delicati” o indulge nello scambio di materiale più o
                 meno “osceno”, specialmente se si tratta di bambini o adolescenti. Per non
                 parlare di organizzazioni volontarie e aggregazioni spontanee di “cacciatori
                 di pedofili” in rete. Data la continua sorveglianza, è sorprendente che ci sia
                 ancora in giro qualcuno che ha questi comportamenti online e non è ancora
                 caduto nelle mani della giustizia. Mentre tanti malfattori continuano
                 indisturbati nelle loro perverse attività, di cui nessuno sembra occuparsi se
                 non quando c’è un orripilante assassinio, o si ha notizia di qualche altro
                 episodio grave, che fa nascere una violentissima, ma purtroppo effimera,
                 ondata di interesse; e più o meno confuse campagne di repressione, che
                 ottengono scarsissimi risultati nell’individuare i veri colpevoli mentre quasi
                 sempre sconvolgono la vita di molte persone che non hanno mai commesso
                 alcun abuso.

                 Che cosa c’è di sbagliato in tutto questo? Quattro cose. La prima è che, di
                 nuovo, si approfitta della diffusa indignazione per “criminalizzare” la rete.
                 La seconda è che si crea una sceneggiata intorno a un episodio marginale
                 per dare la falsa impressione che si sta facendo qualcosa di serio contro la
                 “pedofilia”. La terza è che un’indiscriminata “caccia alle streghe” porta
                 alla persecuzione di un buon numero di innocenti. Il caso mostruoso di uno
                 sventurato padre, che aveva una bambina gravemente malata e fu
                 “sbattuto in prima pagina” come stupratore, è solo uno dei più drammatici
                 fa gli infiniti episodi del genere.

                 L’ultima, ma non meno importante, è che si continua con l’assurda prassi
                 dei sequestri di computer. Che si sequestrino cassette di film, fotografie,
                 materiali elettronici specificamente incriminati per contenuti più o meno
                 reprensibili, può essere ragionevole. Che si sequestrino interi computer
                 (compresi accessori e periferiche), spesso danneggiando gravemente non
                 solo la persona sospettata ma anche altre, del tutto estranee all’indagine, è
                 inaccettabile. Fin dai tempi del famigerato Italian crackdown del 1994 (non
                 motivato da alcuna attività criminale, ma solo dalla supposta presenza di
                 software non registrato) le ondate di sequestri continuano a susseguirsi, con
                 i più svariati pretesti. Con le relative sceneggiate di invasioni armate,
                 famiglie sbalordite o uffici saccheggiati, persone messe alla gogna prima che
                 sia stata dimostrata una qualsiasi “colpevolezza”.

                 Ed è grave che questo sconsiderato e perverso comportamento di una parte
                 della magistratura e di una parte delle forze dell’ordine (per fortuna non
                 tutti) continui a essere ignorato dai nostri “grandi mezzi” di informazione.
                 Sempre pronti a discutere ad infinitum su qualche indagine che riguarda i
                 ricchi e i potenti, ma molto distratti quando si tratta di persecuzioni contro
                 un gran numero di cittadini. Sempre pronti ad applaudire quando si
                 aggredisce un presunto “pedofilo” o “pirata”, senza chiedersi quanti
                 innocenti siano vittime di queste pretestuose crociate. E purtroppo molte
                 delle vittime hanno paura di denunciare gli abusi: il che dimostra che spesso
                 le “autorità” sono colpevoli di intimidazione. Così rendendosi simili a quei
                 violentatori che fingono di voler catturare.
 
 

                 C’è una sola eccezione (che io sappia) al clamoroso silenzio dei “grandi
                 mezzi” di informazione su questo opprimente problema. Una drammatica
                 lettera di una lettrice è stata pubblicata da Barbara Palombelli su
                 Repubblica del 16 settembre.

                 Quella lettera merita di essere letta con attenzione. Il caso è gravissimo: un
                 insegnante, che si dichiara del tutto innocente (e probilmente lo è) rischia di
                 perdere il lavoro, di apparire come un mostro agli occhi della scuola, degli
                 alunni, delle loro famiglie e di tutta la comunità in cui vive ­ semplicemente
                 perché è stato coinvolto per errore in un’indagine su presunti accessi a siti
                 di “pornografia” online che contengono immagini di minorenni. Vorrei,
                 ancora una volta, sottolineare che questa allucinante vicenda è tutt’altro che
                 un caso isolato. E che gli unici a trarre vantaggio dalle assurde “cacce alle
                 streghe” sono i veri colpevoli di abusi e violenze contro i bambini e gli
                 adolescenti. O forse i siti di sesso “hard” di varia specie, che dal clamore
                 diffuso potrebbero ottenere un aumento di traffico (cosa sconsigliabile,
                 perché sono le peggiori fonti di spamming e di truffe).
La voce di una vittima

                     Questo è il testo di una lettera pubblicata da Barbara Palombelli
                                 su Repubblica del 16 settembre 2000
 

               Gentilissima Barbara, le chiedo di portare l’attenzione dell’opinione pubblica,
               tramite Repubblica, su fatti gravissimi che stanno accadendo in queste ore.
               La vita di molte persone di assoluta integrità morale, onestà e trasparenza,
               potrebbe essere distrutta dal terrorismo psicologico e dagli assurdi metodi
               usati dalla polizia postale sull’internet. Che quasi tutti gli uomini collegati on
               line vadano sui siti porno è un fatto risaputo e non c’è nulla di cui
               scandalizzarsi, né motivo sufficiente per mettere un uomo alla gogna. La rete
               è piena di link attraverso i quali involontariamente si arriva a siti con bambini
               (perfino a chi combatte la violenza sessuale potrebbe capitare!), soprattutto
               se si è alle prime armi. Perché un privato cittadino venga bollato dal marchio
               infamante di pedofilo, pur non essendolo, è sufficiente una voce che dica in
               giro che questa persona è indagata. E questo basterà a distruggere la sua vita
               e la sua reputazione, gli amici e il lavoro, mi capisce.

               Partecipo in questo momento del dramma del mio ex (educatore di grande
               limpidezza morale ed etica, come possono testimoniare tutti coloro che lo
               conoscono), che afferma di essere caduto nella rete delle indagini perché un
               suo amico avrebbe visitato uno di questi siti (ma anche se l’avesse fatto lui
               non cambierebbe nulla, sarebbe comunque reo di nulla). Ovviamente non è
               tanto della polizia che si ha paura, quanto dell’ingiusta infamia sociale che
               accompagnerebbe la persona fino alla fine dei suoi giorni. La prego di
               lanciare l’allarme per quanto sta accadendo. Ecco la lettera del mio ex così
               capirà la gravità della situazione:

               È successa una cosa terribile... Ho paura di morire, è un’accusa
               infamante e sarò lapidato vivo, mi faranno sentire come un mostro e già
               mi sento un mostro. E con i pedofili non c’entro niente, assolutamente
               niente. Ma come pensano di poter distruggere così una vita. Aiutami, ti
               prego. Io ne morirò, mia madre ne morirà, e lei è già morta tante volte.
               Non è giusto. Non potrò sopportare il disprezzo delle persone che mi
               hanno stimato e che hanno avuto fiducia in me. Dei miei studenti, degli
               amici, dei conoscenti.Preferirò morire piuttosto che affrontare una gogna
               di questo tipo per il resto della mia vita. Non ho fatto niente di male e tu
               lo sai, tu lo sai che non farei male a nessuno, nemmeno a un moscerino e
               se almeno tu lo dirai forse anche la morte sarà meno difficile. Ti prego
               aiutami in qualche modo. Non resisterò a lungo.

               Voglio morire, solamente morire e non posso morire se non mi aiuti a
               uscire di scena con un po’ di dignità. Mentre ero fuori sono arrivate delle
               telefonate con dei numeri criptati a cui non corrisponde nessuna utenza.
               Mi cercano per perquisirmi e vogliono venire a colpo sicuro. Non ho
               niente da nascondere, ma ugualmente vorrei scomparire sotto terra o non
               essere mai nato. Finora mi hanno fatto la cortesia di non venire a scuola a
               prendermi davanti agli alunni e ai colleghi. Ma domani magari lo faranno
               e io vorrei essere già morto. Domani, anzi fra due ore devo entrare in
               classe e guardare in faccia i miei alunni pensando al ricordo che avranno
               di me. È insopportabile, non ho fatto nulla per meritare questo, voglio che
               tu lo dica ancora dopo la mia morte.

                                                                       Lettera firmata
 

               Ho parlato al telefono con l’autrice di questa lettera e mi sono impegnata a
               metterla in contatto privatamente con chi vorrà aiutarla. Ho parlato anche
               con il ragazzo che teme di essere indagato... Non credo che basti un clic per
               diventare dei mostri, mi auguro che non sia così. Cliccare un sito porno è
               come passare davanti a un’edicola e sbirciare la vetrina dedicata ai giornali a
               luci rosse. Per questo, una persona deve essere cancellata dal mondo civile?
               Diversamente, chi utilizzi l’internet per raggiungere siti dedicati alla violenza
               sui bambini, rischia davvero di venire messo sotto controllo... Parliamone.
               Dopo il suicidio del giovane trevigiano scoperto con una prostituta, gli
               interrogativi si moltiplicano e ci pongono davanti a nuove, inquietanti realtà.
               Le ultime parole di questa lettera raccontano un dramma che dovremmo tutti
               fermare, prima che sia troppo tardi.

                                                                   Barbara Palombelli
 
 
 

               L'autrice della lettera, che ha le idee molto chiare sul problema di cui parla, sbaglia su
               due punti.
               Che «quasi tutti gli uomini collegati on line vadano sui siti porno» è un’opinione
               diffusa, ma non per questo fondata. Conosco molti uomini (me compreso) che non
               hanno quell’abitudine. Non perché si scandalizzano, ma perché la monotona ripetizione
               della rappresentazione di immagini “sessuali” è noiosa e poco interessante; e perché la
               frequentazione di quei siti è causa di spamming e altri fastidi, compresa la possibilità di
               truffe. Per non parlare del fatto che si rischia di essere incriminati e accusati dei più turpi
               delitti.
               Non è neppure vero che la rete sia «piena di link attraverso i quali involontariamente si
               arriva a siti con bambini». Frequento la rete da otto anni; non mi sono mai imbattuto in
               un link di quella specie, né conosco anima viva cui sia capitato: né fra le persone esperte,
               né fra quelle “alle prime armi”. È vero, invece, che qualcuno può andare
               intenzionalmente alla ricerca di siti o dibattiti su argomenti del genere ­ non perché è un
               collezionista di materiale “pornografico” ma perché vuole informarsi, capire o
               “combattere la violenza sessuale”. Il fatto è che comunque, per motivi spesso poco
               chiari, sono indagate e perseguitate molte persone che non hanno avuto alcun
               comportamento “colpevole”.
 
 

               Il fatto grave, ma non sorprendente, è che il civile invito di Barbara
               Palombelli («parliamone», «un dramma che tutti dovremmo fermare») è
               caduto nel vuoto. Non so se sia seguito qualche dibattito con lei in e-mail;
               ma nei “grandi mezzi di informazione” il problema, ancora una volta, è
               ignorato.

               Sui giornali si parla di castrazione, nei dibattiti televisivi si evoca lo spettro
               della pena di morte. Imperversano le cacce alle streghe e i “dagli
               all’untore”. Ma nessuno si preoccupa delle centinaia o migliaia di vittime
               innocenti che si trovano nella situazione descritta da questa lettera.
 
 
 
 

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                               Ritorno al numero 49 del Mercante in rete
 
 

                 Post scriptum

                 Pochi giorni dopo l’uscita di questo numero del Mercante in rete, fra il 26
                 e il 28 settembre 2000, si è diffusa con grande clamore un’altra notizia.
                 Un’organizzazione criminale, basata in Russia, diffonde materiale “sadico”
                 in cui si assiste a scene di tortura e uccisione di persone ­ compresi, a
                 quanto pare, adolescenti e bambini. Come avevo già osservato due anni fa,
                 l’esistenza di un commercio clandestino di questo genere era nota alle forze
                 di polizia internazionali, e alle associazioni contro la violenza, molto prima
                 che esistesse l’internet. E si sapeva che in parte si trattava delle riprese di
                 torture e uccisioni perpetrate in diversi paesi (nell’America Latina, in Africa
                 e altrove), in parte di film “costruiti“ in cui gli orrori erano finti, e in
                 qualche caso estremo si poteva trattare di qualcuno che veniva torturato o
                 ucciso apposta per produrre un film. Ciò che è incomprensibile, e
                 scandaloso, è che per decenni si sia fatto così poco per reprimere
                 quell’allucinante traffico e per individuare le origini; e che per così tanti
                 anni il problema sia stato ignorato dai grandi mezzi di informazione. In che
                 mondo vivono la procura di Torre Annunziata, i “cacciatori di pedofili” che
                 dicono di aver “scoperto” questo sordido commercio, e i giornalisti che
                 diffondono la notizia? Perché un problema gravissimo che esiste da
                 quarant’anni o più ci viene proposto oggi come “nuovo”? E sopratutto
                 perché viene, ancora una volta, citata la rete come se fosse la causa del
                 problema, mentre è uno strumento per individuare almeno una parte di quel
                 traffico clandestino? Insomma perché solo oggi, tutt’a un tratto, la notizia
                 sale “all’onore delle conache” ­ e, ancora una volta, si “criminalizza”
                 l’internet? Secondo le notizie pubblicate dai giornali, i maggiori colpevoli
                 (in Russia e chissà dove altro) sono a piede libero. Si dice che in Italia siano
                 state arrestate otto persone, “indagate” 1.700 ­ fra cui, molto
                 probabilmente, centinaia di innocenti sottoposti a inaudite persecuzioni.
                 Assisteremo ancora una volta a una situazione in cui alla barbarie si
                 reagisce aggiungendo altra barbarie? Questa indagine riuscirà davvero a
                 trovare le radici di quell’antico e orribile commercio? E comunque... ci si
                 limiterà a indagare su casi “clamorosi” come questo o si farà qualcosa per
                 incidere su un problema quotidiano, che si annida in molte pari oscure della
                 nostra società e che non viene minimamente scalfito dalle indagini su quella
                 piccola parte dei delitti che viene fotografata o filmata? Purtroppo è
                 probabile che ancora una volta queste domande, nel gran clamore e
                 scandalo che circonda alcuni episodi, rimangano senza risposta.

                 La bagarre poi è continuata, con un’infinità di pseudo-notizie e commenti
                 demenziali. Il tema è ripreso più estesamente in un articolo: Il coro dei
                 bugiardi alla seconda crociata.
 
 

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